venerdì 23 novembre 2018

Delta del Po

 

19 settembre - Parto da casa alle 17, dopo una dura giornata di lavoro e dopo un'ora passata dal barbiere per tagliarmi i capelli.
Devo andare a prendere Katia a Marcon, dove è stata accompagnata da un'amica: oggi infatti era prevista la foto di fine anno dell'università e siamo riusciti a organizzarci così.
Sono veramente stanco e teso e guidare nel traffico è faticoso.
Recuperata Katia ci dirigiamo a Mesola, dove ci fermiamo in un'area camper gratuita vicino al centro.
Ci sono un paio di camper e, nel vicino campo da calcio, alcuni ragazzi si stanno allenando. Mangiamo e andiamo e andiamo a dormire.




20 settembre
- Ci alziamo, facciamo colazione e partiamo per il giro, seguendo la traccia preparata da un ragazzo del posto contattato tramite Facebook.
La traccia, molto bella, passa per Mesola e per il suo bosco, arriva a Pomposa, dove visitiamo l'abbazia (5,00 euro a testa), e giunge a Comacchio, bella cittadella dove mangiamo alla Sagra dell'anguilla. Da qui si costeggia il mare e, attraverso i lidi, riporta a Mesola. Il giro è vario e divertente, un poco noioso nella parte dei lidi. Katia buca una gomma.
Al csmper ci riposiamo e, dopo aver fatto una piccola spesa, ci spostiamo a Gorino, dove si trova un'area camper sul mare e dove possiamo godere dell'ultimo sole.
Qui passa anche il percorso del secondo giorno.





30 settembre - Ci alziamo senza fretta perché il giro dovrebbe essere più scorrevole e con meno sterrato rispetto a ieri.
Quando scarico le bici da camper mi rendo conto che le mie gomme sono troppo sgonfie...qualcosa non torna. Controllo e trovo nunerose spine bianche, prese probabilmente ieri su qualche sterrato, piantate nella gomma anteriore e posteriore. Decido di togliere le spine e la gomma inizia a sgonfiarsi. All'anteriore il liquido fa il suo dovere. Sulla posteriore il foro lasciato è troppo grande e la gomma si sgonfia. Riesco a sistemare alla meglio con il kit ripara tubeless. Quando ho finito mi accorgo che anche la gomma di Katia è sgonfia. Le cambio la camera d'aria. Partiamo per il nostro itinerario ma la mia gomma si sgonfia lentamente ma inesorabilmente.
Alla sosta per il caffè all'Oasi di Camello decido di gonfiarla un poco ma, quando svito la valvola, questa si rompe e mi resta in mano. Dovrei montare la camera d'aria ma ora non ho tempo e decido di andare avanti il più possibile così.
Continuiamo il nostro giro, percorrendo tutta la strada della Sacca degli Scardovari, ammirando il bel panorama del Delta, con i suoi capanni da pesca e i numerosi uccelli.
Quando arriviamo a Scardovari, chiamo il ristorante Canarin, che ci era stato indicato dal ragazzo che ci aveva dato la traccia e che distava mezz'ora da dove eravamo, per sapere se c'è posto. Purtroppo è tutto pieno: dopo una breve ricerca senza successo in paese per vedere se si può mangiare qualcosa, decidiamo di andare avanti e di fare un tentativo: al ristorante, proveremo a vedere se qualche posto si è liberato.




Arrivati al "Canarin" ci dicono che bisogna aspettare un'ora. Decido allora di montare la camera d'aria: come immaginavo la ghiera della valvola è inchiodata. Mentre penso di chiedere a uno dei motociclisti presenti nel ristorante una pinza, Katia mi chiama e mi dice che sono riusciti a trovarci un posto per il pranzo. Mollo tutto e vado a mangiare, pasta con le vongole di primo e un assaggio di cozze come secondo, il tutto portatoci immediatamente dal proprietario, veramente cortese. Finito il pasto chiedo al proprietario una pinza: lui, gentilissimo, alla mia richiesta, mi da un'intera valigetta della Mauer: fantastico!
In poco tempo smonto la gomma, la pulisco dal lattice, monto la camera d'aria e finalmente ripartiamo.
Dopo poco Katia mi dice che sente un rumore strano dalla gomma: controllo e vedo che...ha bucato di nuovo!



Non ho più camere d'aria e, per fortuna, risolvo con la bomboletta gonfia e ripara.
Finiamo il bel giro senza altri problemi tecnici, con una pausa gelato a Gorino, dove riusciamo a precedere un gruppo di improbabili tedeschi con bici elettriche.
Arriviamo all'area camper e ci rilassiamo facendo due chiacchiere con il vicino di camper - un milanese in vacanza con la famiglia che mi chiede informazioni sulla bicicletta - e con un vecchio tedesco che viene a chiederci se abbiamo avuto problemi con il computer di bordo del camper, perché anche lui ha un vecchio Westfalia del 1995 con problemi elettronici.
Questo signore è veramente particolare: berretto, occhiali da ghiacciaio blu che sembrano occhialini da piscina, pantaloni corti con la cerniera aperta e gambe sanguinanti e incerottate alla meglio! Che tipo!
Ormai è sera ed è ora di andare: carichiamo le bici e ci dirigiamo, con l'ultimo sole, verso casa.





Riflessioni
Per capire a cosa serve il mondo bisogna andare nella Pianura Padana, tra Veneto e Emilia Romagna, dove il profumo di cibo - piadina, gnocco fritto, anguilla alla brace, pesce fritto - si mischia all'odore di fertilizzante e concime, che di fatto altro non sono che cibo del cibo e, quindi, ancora e sempre cibo.
Da questi canali maleodoranti, popolati da affamate zanzare, viene prelevata l'acqua che fa crescere la verdura che mettiamo sulla nostra tavola. La terra, secca, sfuttata senza parsimonia dalla agricoltura intensiva, senza più nutrienti, è ormai solo un suppprto per file e file di ordinate carote dai ciuffi tutti uguali, figli di sementi brevettate.
Vedo un grande cartello lato strada, scritto in modo grossolano con un pennello enorme: "verdura a km 0". Poco dopo c'è un' azienda agricola, con le bandiere sbrindellate della Coldiretti che sventolano da lunghi pali di legno.
Ci sta ma mi fa ridere: qui tutta la verdura è a "km 0" ma questo non la rende tanto migliore o meno artificiale. Certo non è stata trasportata ai supermercati sui camion, ma è pur sempre un prodotto dei trattori e della chimica. È la verdura moderna, fatta per essere venduta e comperata, fatta per sfamare la nostra idea di verdura, più che il nostro bisogno di fibre e vitamine.
L'agricoltura moderna è un mondo per pochi: pochi contadini che con poche ma giganti macchine - trattori, imballatrici, trebbiatrici - fanno il lavoro di tanti.
Ecco che la campagna è vuota e le tante strade, spesso sterrate, corrono silenziose e dritte: posti tranquilli, insomma, dove pedalare.
I canali poi tagliano la terra e rendono obbligata la costruzione di ponti, chiuse, argini. E qui si pedala, alti, con una fauna incredibile che trova il suo habitat ideale in mezzo a questa pianura sfruttata dall'uomo.

A fianco ad una strada super trafficata, com'è la Romea, ci sono single track nel bosco, carrarecce e strade secondarie quasi senza traffico, che sono percorse da itinerari ciclabili tabellati che permettono di addentrarsi, senza perdersi, nel delta del Po, per capire qualcosa di più su questa terra, che stiamo divorando, su chi la abita e la lavora.

L'abbazia di Pomposa
Non capisco l'arte, vorrei, ma mi sfugge e non mi emoziona. Sono ignorante. Mi mancano le papille gustative per gli affreschi. Ci provo e ammiro la tecnica esecutiva ma non mi nascono, dentro, emozioni. È come se cercassi di gustare un gelato leccandone l'immagine su di una rivista. Non arriva nulla e mi chiamo ignorante.
Quindi mi guardo anche attorno: sembra di essere in casa di riposo, con un'età media di 80 anni che io e Katia, già oltre i quaranta, non riusciamo ad abbassare.
Li stimo, perché se sarò fortunato, diventerò come loro e finirò anche io qui, in questa specie di parco giochi per anziani, a trascinare le mie gambe consumate, indossando ciabatte coi calzini e perdendo di vista il gruppo organizzato per essere recuperato, se sarò fortunato, solo al momento dell'appello sulla corriera.

La pesca
Qui tutti pescano, non so cosa, ma pescano ovunque. Nel mare, come ovvio ma anche nei canali, lato strada e nei numerosi specchi d'acqua, alcuni con l'aspetto da oasi, altri decisamente meno edificanti.
Ma quello che caratterizza questi luoghi sono i casoni da pesca: strutture instabili costruite su palafitte sghembe e irregolari, con difronte ampie reti che vengono calate tramite carrucole e in cui finiscono i pesci sfortunati.
"Prendo seicento euro di pensione e devo pur vivere. Se fanno un controllo pazienza!" Così ci accoglie Enrico nel suo casone, dove a "offerta libera" prepara diversi tipi di pesce che ci mostra orgoglioso: anguilla, vongole, cozze. È tutto dentro a delle pentole chiuse alla buona con coperchi sempre troppo grandi o con canovacci variopinti. Ci racconta che lui è povero e il casone deve farlo rendere, sopratutto perché l'ha dovuto ricostruire da solo quest'anno, perché a novembre del 2017 una tempesta l'aveva spazzato via. E lui era stato "fortunato": molti degli altri casoni erano stati solo semidistrutti e così, effettivamente, sono stati lasciati: demolire e portare via i materiali costa. Per il suo ci ha pensato il mare.

Volare
Per divertirci, noi esseri umani, le abbiamo pensate tutte, perché, così piantati a terra come siamo, di divertirci ne sentiamo l'esigenza senza averne i mezzi.
Gli uccelli, invece, hanno il mezzo del divertimento in sé stessi e, ogni volta che spiccano il volo, sono lì che sorridono.
Lo sapevo già ma ne ho avuto una ulteriore conferma guardando questa garzetta che gioca nel cielo, muovendo le ali in modo da rimanere immobile nell'aria controvento, guardando dall'alto verso il basso le paludi, i fenicotteri rosa e noi, poveri bipedi, che in bicicletta passiamo per godere di quello che non potremo mai avere.








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